Di seguito il testo della proposta di indulto differito, pubblicata da Avvenire il 4 gennaio 2026 e ripresa da Sistema Penale. Il documento propone una misura di clemenza non immediata, ma preparata e accompagnata, orientata al reinserimento sociale, alla sicurezza collettiva e alla prevenzione della recidiva.
Il testo propone un indulto con efficacia differita di tre/sei mesi, pensato per consentire la preparazione del percorso di uscita dal carcere e l’attivazione dell’assistenza post-penitenziaria. La finalità non è una liberazione priva di accompagnamento, ma la costruzione di un progetto di restituzione sociale.
La drammaticità della situazione carceraria impone soluzioni nuove, originali e realistiche. La proposta nasce raccogliendo gli appelli delle più alte autorità morali e istituzionali e il grido di dolore proveniente dal mondo penitenziario.
In questo contesto, l’indulto differito viene presentato non come una misura emergenziale isolata, ma come uno strumento capace di coniugare responsabilità, sicurezza, speranza, clemenza e prevenzione.
La proposta distingue chiaramente tra un indulto “secco” e un indulto “preparato ed accompagnato”.
Un indulto immediato rischierebbe di non risolvere i problemi strutturali del sistema carcerario e, anzi, di aumentare alcune criticità. Al contrario, un indulto con efficacia differita di tre/sei mesi permetterebbe di preparare il percorso di uscita dal carcere, attivando prima della dimissione gli strumenti necessari al reinserimento.
L’obiettivo è evitare che la scarcerazione coincida con l’abbandono della persona, trasformando invece la misura di clemenza in un percorso ordinato e responsabile.
Uno degli elementi centrali della proposta è la continuità tra il percorso avviato in carcere e la presa in carico successiva alla scarcerazione.
Il testo richiama il ruolo del servizio sociale dell’UEPE, del Consiglio di aiuto sociale, del Comitato per l’occupazione, degli Istituti di giustizia riparativa, degli enti pubblici territoriali, della Cassa delle Ammende e delle risorse del terzo settore.
L’accompagnamento può concretizzarsi attraverso posti di lavoro, borse-lavoro, corsi di formazione professionale, progetti di volontariato serio, percorsi di riparazione, mediazione e riconciliazione.
La proposta non contrappone clemenza e sicurezza. Al contrario, sostiene che la sicurezza collettiva possa essere rafforzata proprio attraverso percorsi di reinserimento credibili e controllati.
L’alternativa al carcere non deve essere il degrado personale, familiare e sociale, seguito dal rischio di recidiva e dal ritorno in carcere. Deve invece essere un progetto di restituzione sociale, costruito con strumenti concreti e con il coinvolgimento delle istituzioni competenti.
L’indulto differito, proprio perché preparato e accompagnato, viene pensato anche come misura rinunciabile da parte dell’interessato.
Questa possibilità serve a evitare l’interruzione improvvisa di percorsi penitenziari o di esecuzione penale esterna già avviati. La proposta prevede inoltre la possibilità di individuare reati ostativi e di tenere conto della sottoposizione a misure di sicurezza detentive, secondo scelte rimesse alla politica legislativa.
Il periodo di differimento permetterebbe anche una verifica più attenta della situazione individuale.
In particolare, il Magistrato di sorveglianza potrebbe valutare la pericolosità sociale residua e intervenire, ove necessario, sul mantenimento, sulla revoca o sulla trasformazione delle misure di sicurezza. Questo passaggio rafforza il carattere responsabile della proposta, evitando automatismi privi di controllo.
La funzione dell’accompagnamento mira a rendere effettiva l’assistenza post-penitenziaria, spesso trascurata nella prassi.
Questa fase è indicata come decisiva per contrastare la recidiva e la criminalità organizzata. Il reinserimento non viene quindi considerato un elemento accessorio, ma il cuore stesso della proposta: senza accompagnamento, la clemenza rischia di restare incompleta.
l documento ricorda che l’indulto è un istituto di rango costituzionale e non può essere delegittimato in modo aprioristico.
Il punto non è riproporre una misura priva di prospettiva, ma renderla funzionale al sistema ordinamentale, al bisogno di sicurezza della collettività e alla necessità di dare respiro al sistema penale, processuale e penitenziario.
A seconda dell’entità dell’indulto, scelta rimessa alla politica legislativa, varierà anche l’impatto sul sovraffollamento e sul tempo disponibile per costruire misure strutturali capaci di evitare il ripetersi dell’emergenza.
La proposta si chiude richiamando una prospettiva di speranza concreta: non una libertà lasciata al caso, ma un percorso che continui anche fuori dal carcere, attraverso relazioni, accoglienza, responsabilità e sostegno.
Il senso dell’indulto differito è proprio questo: non interrompere il cammino, ma renderlo possibile; non limitarsi a ridurre la pena, ma costruire le condizioni perché la libertà diventi reale reinserimento sociale.
La proposta è stata sottoscritta da personalità del mondo giuridico, accademico, istituzionale e sociale. I promotori hanno condiviso la necessità di una risposta nuova e realistica all’emergenza carceraria, capace di unire clemenza, responsabilità e accompagnamento.
Aderire alla proposta significa sostenere una misura che non si limita alla clemenza, ma punta a costruire percorsi reali di reinserimento, sicurezza e responsabilità.
Ogni sottoscrizione contribuisce a rafforzare il lavoro del Comitato e a portare all’attenzione delle istituzioni una proposta seria, concreta e necessaria.